lunedì 21 maggio 2018

I Fasci siciliani e l'eccidio dimenticato di Pietraperzia



L’eccidio dimenticato di Pietraperzia


Gli avvenimenti che si verificarono a Pietraperzia il 1° gennaio 1894 sono una pagina di storia dimenticata e sconosciuta ai più. il tumulto che sconvolse, all'epoca, Pietraperzia causò molte devastazioni e l’uccisione di 9 nostri concittadini e tra questi un bambino di 5 anni.
Una strage di Stato nell'Italia unificata dai Savoia. Le sommosse e le uccisioni si ripeterono in molti comuni siciliani per tutto il 1893 e anche dopo lo stato d’assedio dichiarato dall'allora capo del governo: il siciliano Francesco Crispi.
Qui vogliamo ricordare e onorare le vittime dell’eccidio che si consumò a Pietraperzia.
Dopo l’iniziale fervore per fare l’unità d’Italia seguirono decenni di dolorose disillusioni economiche e sociali. Le miserevole condizioni di vita dei contadini, dei braccianti agricoli, dei minatori non erano cambiate. In Sicilia persisteva ancora uno stato sostanzialmente feudale. La maggior parte delle terre era in mano a poche famiglie arricchite di gabellotti. I cosiddetti “galantuomini” formavano una oligarchia dominante, e nei paesi erano i veri detentori di un potere incontrastato. Sindaci e consiglieri comunali venivano praticamente nominati tra queste poche famiglie. Gli elettori votavano per censo; a Pietraperzia nel 1893 il “corpo elettorale” era composto da circa 700 persone. L’imposizione di dazi e tasse era un’arma in mano alle amministrazioni che usavano spietatamente per colpire nemici ed avversari politici. Si favorivano parenti ed amici togliendoli dal Ruolo, a tutto danno dei poveri. Gli introiti derivanti dall'imposizione delle varie tasse non bastavano a coprire le spese obbligatorie del Comune e gli amministratori, anziché pensare a fare economia per pagare i debiti, formulavano nuovi progetti in funzione dei loro interessi personali. Non si facevano riunioni del Consiglio ed in una sessione si arrivava a non più di due sedute. Il sindaco passava diversi mesi dell’anno a Palermo, bloccando di fatto l'azione amministrativa; non si poteva sollecitamente avere un certificato, non si potevano fare richieste di matrimonio, non si sorvegliava sul servizio degli impiegati. Si concedevano gratis terreni demaniali agli amici; invece piccoli e piccolissimi proprietari senza titoli, che non riuscivano a far fronte ai debiti, venivano espropriati dei loro terreni da chi già ne possedeva la maggior parte. Tale era l’impunità dei grandi proprietari, che non esitavano ad appropriarsi di terre demaniali, praticare l’usura e taglieggiare i contadini con condizioni di mezzadria che lasciava loro pochi e precari mezzi per una stentata sopravvivenza. Questi parvenus, questi don Calogero Sedàra, presero a modello la vecchia e parassitaria nobiltà feudale per riprodurne il modo di vivere nei loro paesi di nascita.
È in questa situazione amministrativa, sociale ed economica che in Sicilia tra il 1889 e il 1892 sorsero, sotto le bandiere del “socialismo”, i Fasci Siciliani.
A Pietraperzia il Fascio dei lavoratori fu fondato nel settembre del 1893 per iniziativa di Francesco Tortorici Cremona, (inteso don Ciccio Cuḍḍuzzo), poeta, autore di componimenti tuttora letti e conosciuti da molti pietrini.
Il Fascio dei lavoratori di Pietraperzia arrivò a contare 306 aderenti composto quasi esclusivamente da contadini. I capi oltre al Tortorici Cremona erano Giovanni Santogiacomo, macellaio, Antonino Di Dio e Luigi Rabita, barbieri.
Dopo le prime manifestazioni, che si riducevano a pacifiche “passeggiate” con coccarde e qualche sciarpa rossa, la ricca borghesia di Pietraperzia e le autorità di polizia iniziarono a temere la tendenza insurrezionalistica dei Fasci. Conseguenze violente si sarebbero potute ripetere anche a Pietraperzia come già in altri comuni siciliani. Tortorici Cremona, forse per pressioni delle autorità locali o per convinzioni personali, si dimise accampando motivi che sembrano solo pretesti per scansare un pericolo che sente avvicinarsi. Alla presidenza del Fascio gli subentrerà Giovanni Santogiacomo, un pregiudicato con precedenti penali per reati contro le persone.
Il 28 dicembre 1893 il barone Tortorici scrive al prefetto di Caltanissetta una lettera che descrive i Fasci dei lavoratori come una organizzazione composta da anarchici e pregiudicati, che approfitta della credulità e dell’ignoranza del popolo per suscitare odio tra le classi. La miseria dei contadini, scrive il barone Tortorici, è soltanto un falso pretesto perché i contadini sono tutti proprietari di terra, i dazi sono miti, le tasse quasi inesistenti. L’incredibile lettera si conclude con la richiesta di una compagnia di soldati per garantire l’ordine pubblico.
Il 1° gennaio 1894 fin dal primo mattino per le strade di Pietraperzia si verifica un’inconsueta animazione. Questo insolito movimento di persone fa pensare a un passaparola per organizzare, come già in altre località, manifestazioni di protesta contro le autorità municipali.
Verso le ore 13.00, all’interno della matrice, si riuniscono un gran numero di persone. Uomini e madri di famiglia con i figli portati in braccio.
Usciti dalla chiesa si avviarono verso il piano Santa Maria (piazza Vittorio Emanuele) al grido di “Abbasso le tasse!”, “Siamo affamati!”. In piazza trovarono una forza schierata di 30 soldati. La folla fu invitata a sciogliersi, e anziché accogliere l’invito a tornarsene a casa partì una sassaiola contro i soldati ferendone alcuni. Una sassata in testa se la prese pure il Tortorici Cremona che assisteva da lontano alla manifestazione. I soldati, nonostante avessero sparato alcuni colpi in aria, furono sospinti verso il muro della chiesa, a questo punto fu ordinato di sparare sulla folla, restarono sul selciato 15 feriti e 9 morti:

1)    - BEVILACQUA Salvatore, di anni 5.
2)    - DI CATALDO Vincenzo, di anni 30.
3)    - GIARRIZZO Vincenzo, (Filippo), di anni 51.
4)    - MANCUSO Vincenzo, di anni 35.
5)    - PUZZO Paolo, di anni 50.
6)    - RINDONE Pasquale, di anni 22.
7)    - SIGNORINO Angelino, di anni 21.
8)    - TRIGONA Rosario, di anni 60.
9)    - VINCI Filippo, di anni 50.

Dopo l’eccidio i soldati si rifugiarono all'interno del convento di Santa Maria, lasciando il paese in mano al furore della folla. Furono distrutti l’ufficio del telegrafo e ne incendiarono l’edificio. Fu appiccato il fuoco all'ufficio del registro e al municipio. Pietraperzia allora era sede di pretura, fu incendiata pure la pretura. I casotti daziari agli ingressi del paese furono abbattuti e bruciati. Furono assaltati e devastati i due casini dei “galantuomini”, fu tentato l’assalto alle carceri situati nel castello ma furono respinti per due volte. Quando assalirono gli uffici dell’esattoria e della posta, situati nelle vicinanza delle abitazione dei fratelli Mendola e del sindaco Giuseppe Nicoletti dai balconi delle case di questi si affacciarono alcuni uomini che spararono sugli assalitori.
Gli incendi e le devastazioni furono limitati ai soli beni materiali e agli edifici.
Non vi furono né uccisioni né ferimenti tra gli impiegati e nei circoli dei “civili”, mentre durante gli assalti e gli incendi, la gente inferocita gridava "Ammazzammuli tutti!".
 Nei giorni successivi ai tumulti seguirono lo scioglimento del Fascio, arresti di massa e l’istituzione di tribunali militari. Per i disordini di Pietraperzia furono processati a Caltanissetta 73 imputati tra questi 10 donne. Il processo durò solo 8 giorni, dal 3 all’11 aprile 1894 e si concluse con condanne durissime e ingiuste. Fra i 73 giudicabili ne furono assolti venti, gli altri furono condannati a pene variabili da ventuno a tre anni di reclusione. 
Dopo la sentenza ci furono scene di disperazione tra le grida e i pianti degli imputati e i loro congiunti. La durezza delle condanne impietosì alcuni ufficiali del tribunale ma non i notabili e il sindaco Nicoletti, che nel processo depose contro quei poveri disgraziati e che ebbe l’audacia di sostenere l’inesistenza di tasse odiose nel suo paese. “Per vendicarsi dei ribelli non ha alcun ritegno nel contraddirsi sfacciatamente”  dichiarò un ufficiale, difensore degli imputati.
La pena più dura, 21 anni di carcere, fu riservata al barbiere Antonino Di Dio. La pena più pesante a una donna fu inflitta a Giovanna Buttafuoco, condannata a 10 anni.
Giuseppe De Felice Giuffrida, Il capo più rappresentativo dei Fasci siciliani e che influì sulla costituzione del Fascio di Pietraperzia fu condannato dal tribunale militare di Palermo a 18 anni. Trascorse in carcere 2 anni per essere successivamente amnistiato.
“Nel paese per molto tempo regnò il terrore. Chi aveva sognato o sperato una società nuova dovette disilludersi. Per motivi politici e sociali la borghesia terriera, che aveva eretto la sua fortuna sull'egemonia agraria fino ad allora praticata, continuò a prosperare... La sconfitta dei Fasci consolidò ulteriormente la sua egemonia. Ai vinti di sempre non rimase che scegliere fra la rassegnazione all'antico stato di cose o l'emigrazione verso il nuovo mondo”. 


Notizie storiche tratte dalla tesi di laurea di Vincenzo Di Natale e pubblicata dalla rivista trimestrale “Pietraperzia” n°1 – Anno IX – Gennaio /Marzo 2012





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